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mercoledì 16 dicembre 2009

onda vaga


Giro dietro l'angolo ovest del bastione, scendo per un breve pendìo disseminato di rocce rese sdrucciolevoli dalla luce grigia e dal salmastro e arrivo nel parcheggio sul mare. Bel posto per stivare macchine sopra macchine. Un bel colpo d'occhio di lassù sul lungomare, metallo vetro plastica e pneumatici in belle file disposti. C'è anche un cesso in fondo ad una scala. Un gabbiano appollaiato come una lanterna sulle mura del castello mi osserva mentre mi allontano.
Percorro tutto il lungomare con l'aria umida e pesante che mi s'appiccica alle grinze della faccia come uno spettro bagnato e freddo. I miei passi risuonano secchi e sordi sul selciato come rintocchi. Arrivo ad una pizzeria che sembra aperta. Qualcuno dentro canta.
Dietro il bancone un rotondo e rosso forno a legna finto e sfacciatamente a gas.Una donna robusta è lì in piedi e mi da di spalle, intenta ad infornare un vassoio di pizza, come una madre che rimbocca un figlio nel tepore delle coperte.
Canta da sola, con voce profonda e bassa e mentre l'ascolto e l'osservo, le pizze sul banco, il forno, la signora e la sua ninna nanna alla pizza sembrano emanare luce e calore. Il forno, la donna si fanno sempre più luminosi e grandi fino al riempire il locale ed i miei sensi tanto che comincio a dubitare che ci sia spazio anche per me, là dentro, che possa esistere anch'io, le case, le strade e la notte là fuori. La donna chiude lo sportello del forno ed io temo che si volti e che mi mostri la sua faccia che splende pallida ed enorme come la luna.
M'affretto ad uscire incespicando con le mani piene di pizza a taglio che mi fanno compagnia fino alla stazione.
Sul treno m'addormento e sogno d'essere un uccello. Un punkabbestia profumato di strada, simpatico e con due cani più che meticci al seguito, ben più simpatici di lui, mi frega 5 mezzi toscani, un pacchetto di Lucky ed un portachiavi dalla borsa e poi sparisce, mentre svuoto la vescica facendo l'equilibrista sul wc che sobbalza come uno shuttle al rientro nell'atmosfera.
« Dove hai passato la notte?» chiede lei.« Con amici», rispondo vago fingendo di non vedere una certa smorfia. Salgo le scale fino alla camera da letto e mi chiudo la porta alle spalle.
Mi metto subito a dormire. Che cosa sogno? Ancora uccelli? Quando mi sveglio non riesco proprio a ricordarmelo, ma le mani mi dolgono come se mi fossi attaccato con forza a qualcosa. Ma con perfetta efficienza mi alzo dal letto, per fare cosa manco lo so. Per abitudine. Per andare avanti. Per ruzzolare avanti. La direzione è quella. Sempre avanti e dritto in fondo al viale.

venerdì 6 febbraio 2009

un uomo, una donna, una torre


<>Se era di un luogo ameno, di cui andavate in cerca, sappiate che non era certo la Torre, il luogo che faceva per voi. Non c'era una tela alle pareti di nuda pietra. Non un arazzo. Rare aperture sottili, feritoie più che finestre. Un'abitazione disadorna, come il cuore di chi l'abitava.
Quell 'uomo era come una carica d'esplosivo senza detonatore. Inutile. Ma potenzialmente pericolosa.
C'era anche una donna, in quel luogo corrusco e rabbuiato abbarbicato incima ad una collina irta e rocciosa; quelle mura millenarie le erano apparse come un salvamento, una possibile fuga dalle pene del suo cuore, spezzato più delle volte che lei potesse ricordare.
La donna covava un fuoco dentro di lei, una brace sotto la cenere che non aveva mai imparato a dominare. Le si accendeva e la consumava, la bruciava poco a poco ed ogni volta aveva dovuto ricomporre i mozziconi carbonizzati di quel che restava della sua anima. Eppure era attratta da quel fuoco come una falena dalla luce, a rischio di scottarsi le ali e cadere tramortita.
L'unico lusso della Torre, se così lo si sarebbe potuto nominare, era un mezza-coda. Un pianoforte miracolosamente trasportato nella stanza piùelevata ed ancora più miracolosamente accordato, anche se al vederlo, graffiato dagli anni e dalle impiallacciature gonfie, lo si sarebbe detto più un arredamento da rigattiere che uno strumento da suonare.
La donna si sedeva al piano e suonava le note più tristi della vita, le sole che in quei giorni ricordava e, forse lo faceva anche per sollecitare un certo rimorso da parte dell' altro abitante della Torre, per come lui si comportava.
Non che l'uomo la evitasse o che non fosse gentile con lei. Spesso, in verità, lei ne aveva colto lo sguardo sulle pelle scoperta del suo collo, sulle sue mani; discorrendo più del meno che del più, in brevi colloqui insulsi e banali, vuoti di tutto fuorchè di imbarazzo, capitava che lui le guardasse la bocca e gli occhi, studiandoli uno alla volta, come se volesse cercarvi qualcosa, scavarvi dentro.
Una volta che lo sguardo dell'uomo le era caduto nel solco del suo seno, aveva visto accendersi anche un breve attimo di concupiscenza, prima che questi distogliesse lo sguardo e si perdesse in certi freddi pensieri lontani.
Non l'aveva mai toccata. Non aveva tentato nemmeno di sfiorarla, se non con il brillìo di quegli occhi a volte invisibili dentro le arcate.
La Torre stava indosso a quell'uomo come un abito su misura.
Isolato.
Arroccato. Chiuso come un prigioniero, era anche il guardiano di sé stesso.
Dimentico di sé e della sua cella.

Il sole era tramontato per sette volte nella valle. Per sette giorni la donna si era svegliata con il solito sogno e per tutte le ore seguenti se l'era trascinato dentro e per tutte le sette notti aveva posato la testa sul cuscino chiudendo gli occhi in una morsa per cacciarlo ma il cuscino stesso la mordeva come se quel sogno risiedesse lì.
L'ottava sera la donna aveva preso una decisione.
Aveva indossato tutte le armi di cui disponeva. Profumo stordente. Il rosso ed il nero, che s'intravedessero i capezzoli e le areole ambrate, il nastrino nero lucido intorno alla gola, i tacchi a spillo, il culo sodo in tensione, cabré, lo smalto sulle unghie rapaci che luccicava nel buio, le calze a rete, il bagnarsi tra le cosce solo ad ammirarsi nello specchio, la Voglia di scopare che aveva. Con la bocca più rossa del sangue avrebbe macchiato emarchiato quell'uomo.
Una vestaglia come una nuvola trasparente aveva attraversato l'ombra dei corridoi.
Aveva bussato alla porta della stanza da letto dell'uomo della Torre.
Nessuno le aveva risposto. La porta era rimasta inesorabilmente serrata.
Aveva bussato ancora, ed a lungo. Le aveva risposto solo il silenzio.
Allora aveva tentato la maniglia: non era chiusa a chiave ed era entrata.
Il letto, l'unico arredo della stanza, era rifatto e vuoto.
Era uscita dalla camera da letto. Dal pianerottolo antistante una ripida scala saliva sulla cima della Torre, ed un soffio di aria fresca le aveva sfiorato ilviso. Con attenzione e senza far rumore, aveva salito la scala chiocciola fino alla fine, fino ad una porta accostata. Aveva spinto la porta ed alla debole luce di una falce di luna lo aveva visto,di spalle, in piedi davanti al parapetto che guardava nel vuoto e nel buio.
Le narici dell'uomo ne avevano percepito la presenza dal profumo che si era soffuso nell'aria svolazzando in mille rivoletti mossi dalla brezza estiva. Aveva girato la testa, sorpreso di vederla lì, ma più che vederla l'aveva annusata. Rapido l'istinto aveva cancellato dalla sua mente il peso che gravava su di lui, il nodo nel petto, l'anima spenta e buia come la notte che stava mirando. Protese la sua mano destra ed a palmo in alto verso quella donna di sogno che gli si era avvicinata, andandole incontro, cercandone lo sguardo. Si leggevano negli occhi lo stesso desiderio. Si toccavano nelle mani con la stessa smania umida. Si appiccicavano come volessero fondersi insieme. Le labbra si offrivano l'un l'altra, le bocche si aprivano e le lingue si leccavano, le loro salive dolci si mischiavano, respiravano i loro aliti, perdevano la vista, perdevano l'equilibrio, smarrivano loro stessi l'uno nell'altra e si cercavano l'uno dentro l'altra. Si strappavano i vestiti di dosso a vicenda, con urgenza, con la smania di chi non ne può più di attendere. Le mani dell'uomo la aprivano in due e la sollevavano, mentre il suo cazzo lubrificandosi le gocciolava sulle cosce. Lei con una mano lo teneva per i coglioni, con forza, che non gli sfuggisse e con un braccio le si appendeva alle spalle. Cadevano sul pavimento freddo, duro e polveroso, senza nemmeno accorgersene. Lui supino, senza respiro,ansimava sotto e lei s'accomodava veloce a cavalcioni su di lui, sfregandola vagina sull'uccello. Con un gemito la donna lo guidava infilandoselo dentro ed immergendolo dentro di sé.Si drizzava ad occhi chiusi scuotendo i suoi capelli come una cavalla che ha voglia di galoppare libera e le sue tette danzavano scomposte, il suo ventre si contraeva, stringeva e si apriva, come la sua bocca, e tutte le aperture del suo corpo che volevano riempirsi di quell'uomo e del suo sesso.
L'uomo cercava di domarla, di rallentarla, di trattenerla, perchè sapeva d'essere ormai vicino allo spasimo finale, tanto era il tempo che non penetrava una donna, ed una donna come quella ben sapeva di non averla avuta mai. Tentava disperatamente di frenare la voglia di riempirla col suo seme che urgente, dai lombi che sentiva sciogliersi, gli si faceva sotto nei coglioni. Proruppe in un grido, un grido di rabbia, dove riversava tutti i dispiaceri della sua vita, per un piacere, il solo piacere che quella donna stava dandogli e che lui voleva dare a lei.
La rabbia gli montava in corpo come una bestia, e si dimenticava la voglia dell'orgasmo, lottava con tutte le sue forze contro il suo stupido corpo, lo frenava per liberare lei, lo ripudiava perchè era il corpo di lei che adesso lui voleva. La donna percepiva la lotta dell'uomo che la infilava dentro fino al cuore, alla gola, e lo assecondava, con uno sguardo pressoché selvaggio nei suoi occhi, lottando anche lei contro di lui.
Avrebbero perso ed avrebbero vinto insieme.
Si scopavano con amore e rabbia.
Si leccavano e si bevevano a vicenda.
Dopo giocavano coi loro corpi stanchi e sazi.
L'amore è un grande Mistero.

venerdì 9 gennaio 2009

il bianco, il nero #2



Non incontro nessuno. Col cadere della sera compaiono i primi vaghi filamenti di caligine. Il vapore acqueo si condensa nell'aria che si va rinfrescando: l'intera pianura viene avvolta in una fitta nebbia sempre più cupa. Se ne va un altro giorno e come al solito, non finisce con il sorriso. La strada muta e bagnata dalla guazza ha un aspetto ramato, sfuma nell'arancio marcio dei lampioni al fosforo. Nelle tasche dei calzoni troppo larghi, le chiavi, le sigarette, l'accendino, gli spiccioli, risuonano come maracas, seguendo il tempo di una strana ballerina di flamenco improvvisata, spettinata, rossa in faccia ed incazzata, che mi si agita accanto.
Prima di arrivare all'albergo delle puttane entro in un bar. C'è gente abbandonata. Mi giro e mi rigiro di fronte agli occhi spenti dei futili clienti in silenzio tra di loro, immobili ai tavoli, pagine di gazzetta rosa sparpagliata. Mi volto verso la porta d'ingresso per carpire le luci rosse di un'auto fantasma che si allontana là dove dovrebbe esserci la strada. Inciampo di nuovo in un recente pensiero e non sorrido ancora di piu'. Passo una mano tra i capelli rasati e, non so come, mi dimentico di me ma non di lei.
«Io non sogno»
«Come non sogni? Tutti sognano»
«Io non sogno, ti dico»
«Non è che non sogni. Non ti ricordi i sogni che fai»
«No. Io non sogno mai»
«Non devi passare una mano sui capelli appena ti svegli: è come passare una cimosa sulla lavagna», un giorno o l'altro ci dovrò far caso ai primi gesti del risveglio, ma quando mai mi sono svegliato con un sogno in testa? I miei pensieri del mattino fanno sempre il solito rumore, è come una specie di tarlo che gratta, gratta e digerisce nel silenzio. Il mio silenzio. Il suo silenzio.
Ci sono silenzi più bianchi del bianco, ci sono anche rumori rosa, almeno qualcuno lo dice. Ci sono giorni silenziosi e neri come la notte e notti bianche e rumorose rosa all'albergo delle puttane. Ho preso una camera là, perchè lei non ci venisse. Lei mi deprime, ma non riesco ancora a starle lontano. La cura del silenzio cui mi sto sottoponendo durante il giorno passato al suo fianco e gli happenings che mi traboccano dal corpo nelle camera disadorna con le donne tutte uguali, hanno il sapore dell'Ultimo Inverno, il più gelido.
Quindi qualcuno mi dica che la vita è un brutto sogno, cosi' posso andarmene a dormire da qualche altra parte. Io non sogno mai.

domenica 4 gennaio 2009

striature


Giro dietro l'angolo ovest del bastione, scendo per per un breve pendìo disseminato di rocce rese sdrucciolevoli dalla luce grigia e dal salmastro e mi ritrovo nel parcheggio sul mare.
Una vera sciccherìa. Un gran bel posto per stivare macchine sopra macchine. Un bel colpo d'occhio di lassù sul lungomare, metallo vetro plastica e pneumatici in belle file disposti.
C'è anche un cesso in bella vista in fondo ad una scala. Il classico tocco finale.
Un gabbiano appollaiato come una lanterna sulle mura del castello mi osserva mentre mi allontano. Me ne vado, me ne vado.
Percorro tutto il lungomare con l'aria umida e pesante che mi s'appiccica alle grinze dellla faccia come uno spettro bagnato e freddo. I miei passi risuonano secchi e sordi sul selciato come rintocchi. Vedo una pizzeria che sembra aperta.
Qualcuno dentro canta.
Dietro il bancone un rotondo e rosso forno a legna finto e sfacciatamente a gas. Una donna robusta è lì in piedi e mi da' di spalle, intenta ad infornare un vassoio di pizza, come una madre che rimbocca un figlio nel tepore delle coperte. Canta da sola, con voce profonda e bassa e mentre l'ascolto e l'osservo, le pizze sul banco, il forno, la signora e la sua ninna nanna alla pizza sembrano emanare luce e calore. Il forno, la donna, si fanno sempre più luminosi e grandi fino al riempire il locale ed i miei sensi tanto che comincio a dubitare che ci sia spazio anche per me, là dentro, che possa esistere anch'io, le case, le strade e la notte là fuori. La donna chiude lo sportello del forno ed io temo che si volti e che mi mostri la sua faccia che splende pallida ed enorme come la luna. M'affretto ad uscire incespicando con le mani piene di pizza a taglio che mi fanno compagnia fino alla stazione. Sul treno m'addormento e sogno d'essere un uccello.
Un punkabbestia profumato di strada, simpatico e con due cani più che meticci al seguito, ben più simpatici di lui, mi frega 5 mezzi toscani, un pacchetto di Lucky ed un portachiavi dalla borsa e poi sparisce, mentre io svuoto la vescica facendo l'equilibrista nel wc che sobbalza come uno shuttle al rientro nell'atmosfera.
«Dov' hai passato la notte?», mi chiede lei, «Con amici», rispondo vago, fingendo di non vedere una certa smorfia. Salgo le scale fino alla camera da letto e mi chiudo la porta alle spalle. Mi metto subito a dormire. Che cosa sogno?Ancora uccelli?
Quando mi sveglio non riesco proprio a ricordarmelo, ma le mani mi dolgono come se mi fossi attaccato con forza a qualcosa. Tuttavia con perfetta efficienza mi alzo dal letto, per fare cosa manco lo so. Per abitudine. Per andare avanti. Per ruzzolare avanti. La direzione è quella. Sempre avanti e dritto in fondo al viale.

venerdì 1 dicembre 2006

vecchi castelli





La vecchia nera s’arrampica e romba ch’è una meraviglia, coi cucchiaini della sua iniezione meccanica che si bevono benzina a garganella, derapando con la trazione posteriore ad ogni curva e schizzando sassi e breccia tutt’intorno, mentre mi destreggio nell’evitare agli ammortizzatori le pietre più grandi ed i solchi più profondi. Tengo il volante con finta noncuranza, ma mi diverto, ed anche parecchio. Qualcuno m’ha detto che questo sentiero che s’avvolge salendo è un tratto della Francigena e che il castellaccio era una specie di ostello per pellegrini sulla strada per Roma.
Grazie Qualcuno: non me la potevo perdere un’occasione così.
- Certo, la strada è un po' ridotta male, ma mica si devono far le corse. -
Cuore Nero nemmeno mi risponde. Chissà cosa le passa per la testa.Evito le buche e le scosse di quello che dovrebbe essere un sentiero e che invece è diventato il letto in discesa d' un torrente in secca. Giro intorno all'ultimo tornante della collina sollevando un polverone visibile per tre giorni ed arriviamo al castellaccio.
Non si vede anima viva in giro.
Parcheggio la nera sotto un olivo che deve aver visto il Granduca Canapone all’inaugurazione della Fonderia. Il castello sembra spuntato dalle rocce colore dell’ocra su cui è posato e deve avere la loro stessa età, tanto è decrepito. Ma non è desolato, perchè il giardino all’interno delle mura è in fiore e ben curato. Un paio di cipressi, una bella quercia, alcuni olivi centenari danno riparo a pettirossi e capinere che svolazzano da un albero all'altro mentre qualche gatto sospettoso fa capolino, incuriosito dal trambusto che il nostro arrivo ha provocato. Cuore Nero s'ammansisce e schiocca bacetti al vento per richiamare i mici, ma queste svenevolezze di città i gatti dei castellacci non le conoscono, e la guardano un po' stupefatti, mantenendo le distanze di sicurezza.
La chiave è in un vaso da fiori accanto alla porta, aveva detto quello dell’agenzia, quasi in tono di scusa, porgendomi anche una fotocopia con le istruzioni per arrivare in cima a quel poggio.
Ed anche del castello, c'erano le istruzioni. Girate sempre a sinistra, man mano che salite le scale. E cercate di non perdervi.
Cuore nero non aveva aperto bocca, ma si era impadronita delle istruzioni, ed ora la seguo attraverso un dedalo di scale e corridoi annidati gli uni sugli altri. Moriremo qui d’inedia, lo so.
I soccorsi non ce la faranno mai a trovarci, anche se abbiamo i cellulari, penso.
Da fuori, il castello non sembrava così contorto e nemmeno così grande, ma Cuore Nero avanza decisa, consultando ogni tanto la cartina ed io le incespico alle calcagna per il timore che se mi separassi da lei, non ritroverei più la strada nè per salire di sopra né per ridiscendere di sotto. Mucchietti d’intonaco staccatisi dai soffitti e dalle pareti sono sparsi su una sbiadita guida che una volta doveva essere rossa. Chissà se il padrone di casa conosceva tutto gli angoletti della sua magione. Ne dubito. Cuore Nero fa da navigatrice e borbotta sotto voce. Giriamo a sinistra e poi di nuovo a sinistra e ancora a sinistra. Improvvisamente provo una sensazione familiare, una specie di déja-vu.
E’ come quando seguivo mia nonna con la sua acconciatura a cipolla che incombeva su di me anche a distanza. Eravamo insieme da qualche parte ma non so proprio dove, ed ero ancora piccolo. Penso, mi distraggo e perdo la scia di Cuore Nero che fa capolino dietro l’angolo di un corridoio. Sbrigati, mi dice, che devo fare pipì. Sto per ringraziarla, visto che sono le prime parole che pronuncia nella giornata, ma mi fermo in tempo.
Dove pensi di farla, le chiedo? Se non trovo un bagno la faccio qui seduta stante. E mica siamo a Versailles, le rispondo, potevi farla fuori, prima d’entrare. Mi guarda e mi odia, ma tanto poi le passa. Senza sapere come, siamo arrivati in un salone vasto come un cinema da duecento posti.
Ci soffermiamo un attimo sulla porta e poi entriamo, guardandoci intorno.
La parete a destra della porta è per metà occupata da un albero genealogico, quella a sinistra da un gigantesco camino. Io mi fermo lì davanti. Cuore Nero invece s’infila in una porta piccola e stretta sulla parete opposta e sparisce. Mia nonna da qualche parte alle mie spalle, raccoglie le fiammelle con una paletta ed una scopa. Qualcuno dovrebbe metter fuori quel cane. Non è abituato a stare in casa. Ed il penultimo dei suoi figli, reduce dalla prigionia, se la prende a male per il cane, e la rincorre per tutta la casa con il coltello in mano. Sono mesi che aggredisce la gente in strada, é ritornato dalla guerra e dalla prigionia ombroso come un cavallo pazzo. Appena lo guardano negli occhi o s'immagina che lo facciano, si scatena e visto che tirava di boxe nei medio-massimi prima di andare a finire ad El Alamein, sa anche come fare male. Con mia nonna si vede che non gli bastano le mani.
Forse la nonna doveva misurare le parole per non urtare la sua suscettibilità. Non si mette fuori il cane, e che diamine! Lo scherzo del coltello prosegue in strada, con la nonna che fugge gridando m’ammazza! ma il reduce fortunatamente viene bloccato da una decina di portuali che partecipano al solito torneo di briscola e tressette in una bettola lì vicino. Lo mettono in mezzo e lo fanno nero, con sommo gusto, data la sua fama di fascista, paracadutista e picchiatore. Poi arriva l’ambulanza, un rumoroso e fumoso furgonaccio verniciato male di bianco per coprire il verde dell’US Army. Lo imbracano in una camicia di forza in quattro e quattr’otto. Lo aspettano un bel letto di contenzione ed una bella serie di elettrochoc. Lo scherzo gli costa una decina d’anni al manicomio e gli costa anche una moglie. Un’infermiera del manicomio, una donna che sa il fatto suo e quel che vuole. Firma i documenti necessari e se ne prende la responsabilità. Vedi come va il mondo a volte.
Il fuoco del camino proietta ombre di figure scure sulle pareti e guizza di riflesso sui volti della gente accanto ed intorno a me. Ma quando li fisso quelli distolgono lo sguardo. Ma prima sono stati loro a fissarmi, ne sono certo. Il calore del camino mi picchia sulla nuca mentre il crepitìo del fuoco mi culla. Metà del corpo brucia e metà è gelato. Inquadrata dalla porta-finestra più vicina a me c’è una collina tozza e curva come una specie di molare; un fil di fumo si alza di lassù. Chissà chi ha acceso il fuoco. Era così che ti beccavano alla macchia, seguendo il fumo dei fuochi, dice uno lì accanto. Ma questo è Libero, lo zio partigiano, il terz'ultimo figlio della nonna. Ma non era morto?
- Fatta. –
- Eh? –
- L’ho fatta. C’è un bagno spet-ta-co-la-re. Ha la porta come una cassaforte della Banca d’Italia. Ma che hai? – mi guarda piegando la testa di lato.
- Perché? –
- Hai un’aria strana, come se avessi visto un fantasma. -
- Questo salone. Non so. Mi sento strano, hai ragione. –
- Allora usciamo, andiamocene, no? -
- Sì.Andiamo. -
Sulla porta mi soffermo per dare un’ultima occhiata, ché m’é parso di sentire un brusìo.
Macché brusìo. Le correnti d’aria, le vecchie travi percorse da milioni di tarli, le pareti che si rigonfiano e l’intonaco che si sbriciola. I vecchi castelli respirano come vecchi e catarrosi fumatori.
Usciamo fuori ch’è buio pesto. Non c'è niente che faccia distinguere un’oscurità dall’altra eppure sento quel gran peso che mi s’era attaccato addosso nel salone, scivolar via.
Ci giurerei.
Quel camino aveva il fuoco acceso.

martedì 28 novembre 2006

spiriti vaganti





Vago nella selva cittadina, la selva alternativamente calda e perplessa di quest'umido novembre. Non sto cercando di trovare nessuna parte mancante di me e realmente non cerco nemmeno di aspettarmi troppo dai dintorni in qualsiasi senso particolare, niente da prevedere, insomma, perciò mi stupisco di un pensiero particolarmente sorprendente che mi schizza nella mente vagabonda. Ad appena un pollice dal mio naso ch'è guidato dal bordo del marciapiede e lì sta incollato ad un indirizzo altrove e senza pretese, una spiralina di profumo m'apre gli occhi su una certa visione impulsiva ed incolpevole, del resto l'ago magnetico segna sempre il nord e senza poter fare resistenza. La ragazza è là, stranamente nota eppure sconosciuta, piccola nei suoi denim e con il taglio di capelli da redskin ed un sorriso le nasce sulle labbra appena il mio sguardo le ruzzola intorno perso e ritrovato di questo incontro che il destino ha cospirato e improvvisato e organizzato per me. Sorride della mia incertezza stupita, quasi che se l'aspettasse ebbene sì, sono qui, perchè tanta sorpresa? In un altro tempo l' ho incontrata ed ho interferito con il suo viso, me lo sento attraverso il calcestruzzo che calpesto e che si è messo a tremare sotto i piedi e la gola secca che mi dice tira fuori il mio colluttorio preferito, mentre la strada si è fatta piccola fino quasi a sparire e la mente si confonde nello stendere assurdi piani d'azione.
Alternandomi fra il non desiderare d'essere notato affatto da chiunque, e dal voler esser notato da lei, le cammino giusto avanti di un mezzo passo, ed allora naturalmente mi prende un po' d'eccitazione poichè sono o non sono, farò o non farò e cosa farò nella città grande con la luce vivida al neon che illumina tutte le ragazze e l'alcool libero tutto intorno? Ed una volta, ve lo giuro che ho visto i suoi piedini piccoli vacillare in un certo modo, o ero io che vacillavo nel senso che stavo bevendo vino poco costoso e forse troppo ed anche lei mi sembrava completamente andata e beveva con un certo tipo giovane, riccio, esuberante e vestito di velluto nero.
Vorrei comunicare con lei in un modo qualsiasi, dirle che di lei mi ricordo, chiederle come sta, quando un testarasa biondo le si fa vicino e più vicino a lei e lei dichiara il gioco abbracciandolo e rivolgendogli il suo sorriso dolce e quei piedini vacillanti e quegli occhi blu ed il testarasa la ferma tra le sue braccia, la stringe e la bacia. La folla anonima riappare d'un tratto e riprende quella sua faccia avvilente ed avvilita e mi reclama la strada ed il marciapiede che temporaneamente avevo abbandonato per l'altrove.
Tuttavia forse tutto non è perso, ho fatto caso a certi incastri del destino che di quando in quando passo in rassegna e chi può dire ch'io non riveda mai più quei piedini vacillanti o il dov'eri finito sorridente di quel viso, sotto una luna piena? Benchè io creda che da sola la volontà valga meno dello zero, ed il mio timore per le pene in fondo non sia granchè e gira il mondo gira che per Roma ci sono altri percorsi e altre locomotive si fermano alla stazione, percepisco un senso di piccola perdita proprio come se avessi perso un treno. E la visione in denim, intravista nella folla estranea, scompare.

2 è il numero per-fet-to



Studio il percorso, seguendolo col dito come seguivo la sua cicatrice, lentamente, cercando d'imparare. Quando esce dal bagno, M.cienne indossa un vestito elasticizzato nero ed un paio di calze viola, molto vistose. Si è lavata i capelli che da bagnati luccicano come seta nera. Il volto appare pallido e delicato come avorio. Si è messa un rossetto vivace ed un po' stravagante, secondo me, per baciarti meglio, o era per mangiarti meglio, come diceva qualcuno? Il mondo pare essersi rovesciato, forse, ma mi ci vedo male vestito di rosso. Resisto alla trappola ma decido che mi piacerebbe un sacco essere mangiato dalla Lupa. Mi alzo e cavallerescamente vado a scostare una piccola poltrona blu.
- Come stai bene. Hai un bellissimo aspetto - e mi sento anche troppo moderato ché è ben altro quel che vorrei dirle.
- Tu invece hai un aspetto di merda, - mi dice lei - quando ti deciderai a raderti codesta barbaccia? -
Mi dico che non tutto si può avere, visto ch'è già molto che mi faccia compagnia e che sia anche una buona navigatrice sulle rotte per Roma, oltre al fatto che mi lasci deporre qualche firma sul suo corpo. Alla mia età non capita di frequente.
- Grazie del complimento, è bella la tua franchezza, mi ringiovanisce - dico e le sorrido.
- Non ti monterai mica la testa, vero? - le sue sopracciglia sottolineano la sua perplessità, inarcandosi.
- Ma non fare così che ti vengono le rughe sulla fronte. - le rispondo.
- Come le tue? sei un reticolo di rughe, non te l'ha mai detto nessuno? -
- Me le vedo anche da solo. Ora capisci perchè mi faccio la barba di rado. Basta un piccolo scivolar di lama, un errore e schizza il sangue nello specchio. - scherzo. Le conosco una ad una, le mie rughe, che io chiamo grinze, mi piace di più, oppure pieghe, come quelle che qualcuno fa agli angoli delle pagine dei libri, per ricordarsi da dove ricominciare la lettura. Una piega e si riparte, magari il giorno dopo, oppure chissà anche tra un anno. Sono tutte le strade sbagliate che ho imboccato, tutti i sentieri percorsi inutilmente, tutti gli incroci che mi hanno ingannato, le valli che non valeva la pena d'attraversare, le montagne che non avrei dovuto scalare, luoghi di cui ho dimenticato anche i nomi. Ma d'altra parte che cos'è in fondo un nome? dopo un po' i nomi non sono altro che souvenir, sono stato qui, sono stato là, uh! che bello..Luoghi che si sono visitati inutilmente. Quel che ricordi veramente sono le Due Bandiere, aver viaggiato nel ventre della balena o essere passato attraversato lo specchio, essere andati giù per le cascate in una botte di legno, o essersi arrampicati su una nuvola mentre si scatena il temporale. Una ruga, una grinza, una piega, un errore.
- Io non faccio errori. - dice M.cienne e sembra convinta.
- Anch'io la pensavo così, qualche lustro fa. Comunque avrai bisogno di me per arrivare a Roma. Le strade sbagliate io le conosco tutte o quasi. Ti aiuterò ad evitarle ed a non essere inghiottita dalla folla, non c'è niente di più frustrante dell'essere fagocitati dalla folla. -
- La folla? -
- Quella che si accalca, sì, proprio quella.
Non te n'accorgi, ma ci scivoli dentro senza rendertene conto. -
- So farmi posto, io. -
- Meglio. Perchè se segui la folla perderai di vista l'obiettivo, di sicuro sopravviverai nella corrente, ma di Roma vedrai solo i campanili da lontano, se sarai fortunata -.
Del resto, milioni di persone l'abitano senza nemmeno esserne sfiorate, da Roma. Non basta mica respirarci, quello lo fanno tutti e senza nemmeno pensarci tanto su. Sono solo folla e chi non è solo nella folla? Non mi sembra granchè convinta. D'altra parte è giovane abbastanza ed ha ancora un bel po' di tempo per essere presa a schiaffi dalla vita.
- E tu chi ti credi d'essere? - mi chiede, annoiata dal sermoncino, brutto vizio di chi ha i capelli grigi. Non mi viene in mente niente d'interessante, niente che si possa ritenere degno di una seconda occhiata. Buona la prima che viene, tanto per quel che importa, le parole vanno e vengono.
- Nessuno. Uno di passaggio. Ma ci terrei ad arrivare a Roma, sempre che non sia una leggenda. Ne inventano una nuova tutti i giorni. Bistecca con patatine? -
- Sono pronta. -
- Conosco una finta bettola sulla strada per Roma dove ti cuociono le bistecche alla brace proprio sotto i tuoi occhi. Lo chef odia la carne, cuoce cento bistecche al giorno, in media. E lo fa da vent'anni. Anche lui è pronto per cercare Roma, mi sa. -
- Meno chiacchiere che ho fame. -
- Sì, andiamo, il buttero ci aspetta. -

billy o ginger??



- Questo posto è strano. -
Mi seggo sul letto e mi guardo intorno. Sembra la cella di una suora di clausura con il letto alla francese. Mi sdraio scivolando all'indietro ed appoggio la testa sul cuscino. I piedi traboccano in fondo al letto, li muovo a destra-sinistra, su e giù come marionette, il sinistro è più aggressivo. Anche questo letto è strano. E' corto. O mi sono allungato io? Sarà che non ho mangiato niente in tutto il giorno ma ho proprio l'impressione di aver perso anche del peso, come se ne avessi bisogno, io. Con le nocche mi batto le ossa del bacino sui fianchi: suonano come il bordo di un rullante o rimbombano come un tom-tom, dipende dove percuoto, tum-tac/tum...tum-tac/tum. Sono strano anch'io, è tutto in regola. Il piede destro spinge il pedale della grancassa, mentre il sinistro si da da fare con l'hi hat. Mancano solo un crash ed un ride. Billy Cobham o Ginger Baker? Vada per tutt'e due anche se ho il sospetto che il bianco sotto-sotto invidiasse il nero.
- Non fare troppo il difficile. - dice M.cienne, dove cienne significa Cuore Nero, mentre si toglie il maglione nero da sopra la testa dai capelli neri. Sotto è nuda e bianca e luminosa come la luna piena. La lunga linea rosa di una cicatrice da fuoco le scende da sotto la clavicola. Su un seno c'è un segno sbiadito come se qualcuno l'avesse morsa, ma non troppo di recente.
- L'ho fatto io. L'ho fatto io?..quello? - le chiedo.
-Tu? Ma sentilo. Pensi che sia roba tua? massì, sei stato proprio tu -.
Certo ch'ero stato io. Avevo accarezzato con un dito il percorso della cicatrice e lei aveva buttato fuori il fumo della sigaretta che stava fumando ed aveva sorriso.
- Fuochino, fuochetto, fuoco - aveva detto lei ed io avevo provato a mordicchiarla, per sentire che sapore aveva, per lasciare un segno provvisorio su di lei. Allungo un dito per carezzare di nuovo quella linea, per vedere se saremmo finiti di nuovo nello stesso posto a fare la stessa cosa, ma lei è in piedi ed un po' troppo lontana. Anch'io sdraiato sul letto sono lontano. Mi punge il pensiero che si possa tornare indietro, prima di noi due insieme, prima di esserci messi insieme, quando viaggiavamo ognuno per proprio conto verso Roma. Mi tira per i piedi e mi alzo a sedere, poi mi allungo per acchiapparla ma lei mi sfugge.
- Vado a farmi una doccia alla svelta. Tu intanto studia la mappa che ne hai bisogno. Io non mi perdo mai e non aspetto i ritardatari -.
Hai capito? certo che studio la mappa, mica voglio perdermi-perderti.

sex per Roma





Il sesso può essere una strada per arrivare a Roma? Questa è una domanda che può far sorridere, vero? Ma ad un adolescente no, vedi che a volte può fargli paura, parlare di sesso.
Per me il sesso è una cosa estremamente complessa, ma che deve essere vissuto nel modo più semplice possibile e con naturalezza. Insomma non farlo passare per qualcosa di troppo e di più.
Il più delle volte il sesso non è che un passatempo naif che serve a far passare il tempo nell’attesa di arrivare a Roma. I maschi seduttori che si comportano come conigli, i film porno..tutto questo, è proprio molto risibile. Basta pensarci un attimo su per rendersi conto che si è smarrita la strada. Queste ragazze senza paura che allargano le loro cosce credendo di fare esattamente cosa ci si aspetta da esse, queste emozioni tradite e violate..questo ne ha distrutte più d’una.
Anche il sesso è una specie di esercizio per imparare a stare al mondo e trovare quella strada. Tieni qualcuno per la mano, o anche di più che per la mano, lo tieni proprio per la radice stessa del piacere più forte, quello che fa dimenticare anche chi sei. Ciò che si apprende facendo l’amore, le emozioni e i messaggi che l’amore suggerisce e secerne dalla mente e dai corpi può dare delle ottime indicazioni per trovare una delle strade per Roma. Chiaro che bisogna essere svegli per ascoltare queste informazioni, ci vuole passione e intraprendenza, curiosità e tanta voglia di gioco e d’allegria. Bisogna farle venire in superficie e che s’accendano da sole e lasciare che brillino in sé, come i pensieri di uno che sta in meditazione. Bisogna farsene un po’ drogare.
Ci sono delle specie di demoni del piacere che ci spingono a fare certe cose, e a scegliere certi cammini. Non è che questi demoni siano sempre nostri amici, vanno provati prima di chiamarli tali. E ci vuole parecchio tempo per imparare a fare l’amore bene.
La difficoltà è arrivare all’unisono a due, ma tutte le cose difficili nascondono dei vantaggi.
Il vantaggio nell’amore è che l’uno aiuta l’altro per raggiungere quello scopo, e questo secondo me è un bell’ avvantaggiarsi anche in altre cose della vita. Con il tempo e con l’amore là si arriva e ci si arriva anche benissimo. Siamo a Roma, in quel caso, è bene che lo si sappia e lo so dica, non vi pare?
L’orgasmo è una strada per Roma, dunque?
Certo che lo è, nessuno lo metterà mai in dubbio. Ma due vecchietti che si tengono per mano camminando ai ‘giardinetti’ sono di sicuro più vicini a Roma di due giovani arrapati che collezionano orgasmi su orgasmi.
Intanto sono arrivato al palazzo della donna che ha gettato un incantesimo su di me, uno di quegli incantesimi che le donne senza volere ogni tanto si fanno scappare senza nemmeno che se ne rendano conto. Sapete bene di cosa io parli,no? Ci siamo passati tutti credo. E’ come una specie di vocina che ti chiama e non ci sono funi che ti tengono legato all’albero maestro. Segui quella voce di sirena senza pensare alle conseguenze dei tuoi passi che ti avvicinano sempre più a quel suono magico. Che sia magia è fuor di dubbio, come potrebbe essere altrimenti? Non c’è niente di ragionevole in quel che fai, tutto nasce da qualche parte dentro di te che sfugge al tuo controllo, anche se sei convinto di avere in mano la situazione. Insomma, sono là e la porta d’ingresso è spalancata, perciò non mi do' pena a bussare ed entro senza tanti complimenti. Non è poi un palazzo tanto grande, in fondo. E’ grande suppergiù come casa mia, anzi me la ricorda un po’, a parte i mobili che sembrano intagliati nella materia dei sogni, quelli luminosi e biancoazzurro, con le nuvolette e tutto il resto.
La donna che mi ha gettato l’incantesimo tiene la casa meticolosamente in ordine e pulita, molto di più della mia, si vede che i miei sogni hanno qualche angolo scuro e nascosto che non mi ricordo mai di pulire. Comunque scopro che in ogni stanza c’è lei e non so proprio come fa ad essere dappertutto. La chiamo per mettere insieme i pezzi di questo rompicapo e lei si volta e mi guarda. Il rompicapo mi cade di mano e va in mille pezzi.
Mi sento sorpreso e sollevato allo stesso tempo. Ci inginocchiamo insieme per raccogliere i frammenti. Alcuni di essi sono caduti sotto il tavolo, che è azzurro. Anche i pezzi sono azzurri, ed anche lei ha un abitino azzurro ed il motivo per cui non l’ho visto subito appena entrato in quella stanza è che anche le pareti ed il pavimento sono azzurri. Un paio di gatti bianchi morbidi e dagli occhi azzurri mi si strofinano addosso.
- Come mai ci hai messo così tanto? – lei mi chiede – e dove cavolo hai rimediato il mio indirizzo?-
- Se mi dai un bacio te lo dico, ma mi devi aiutare a mettere insieme anche questo rompicapo. – le rispondo.
- Se mi dai un bacio - continua lei - rimetterai insieme l’incantesimo, che quello era il rompicapo - - Allora non ho scelta, mi par di capire. Se l’incantesimo si è rotto perché non me ne voglio andare di qui? Sono libero,no? –
- Certo che sei libero, adesso – .
Questo era il modo di rompere l’incantesimo. Se riesco a rimetterlo insieme ne sarò ancora soggiogato. Ma questo modo è più facile, senza contare che è molto più divertente.
- Ti va di baciarmi? - Le guardo le labbra e cerco di ricordarmi l’ultimo bacio che mi è piaciuto tanto, ma niente mi viene alla mente.
– Sarà bene che ti decida in fretta a farlo –.
Lei mi sorride come se fossi proprio la persona che aveva sperato di trovare.